Archive for the ‘Video’ Category

Oggi brevemente vi propongo un video di Ludovico Einaudi e della sua performance alla Royal Albert Hall di Londra.

Einaudi è a mio parere un artista che si è sempre distinto per il suo atteggiamento umile e professionale proponendo uno stile unico rivolto non solo agli ascoltatori più esperti, non disdegnando, a partire dalla sua iniziale formazione classica,  d’inserire nelle sue composizioni elementi pop, elettronici e folk.

Qui trovate la trascrizione parziale dell’intervista e quella completa in radio.

Il brano “Divenire” è stato inserito nello spot per le Olimpiadi di Londra di quest’anno e lo trovo di una delicatezza unica, libera da ogni sovrastrutture, da ogni posa…..quando si è bravi e professionali non si dovrebbe aver bisogno di altro, se non del proprio talento…….

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Splendido documentario sull’importanza di crescere con la musica.

A partire dal metodo Suzuki viene illustrato come con questo metodo s’insegni a suonare uno strumento attraverso l’imitazione e l’ascolto.

Nonostante i suoi limiti, molti sono i pregi di questo metodo: creare un approccio naturale alla musica, abituare all’ascolto e alla disciplina, imparare con naturalezza un linguaggio nuovo come quello musicale.

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Il viaggio nell’apprendimento musicale si sposta poi in Ecuador dove lo studio della musica classica, talvolta vista come qualcosa di elitario, e ad il supporto dell’associazione Huancavilca, ha permesso a molti bambini della periferia povera di Guayaquil  di poter suonare in un orchestra sinfonica e di portare avanti la loro passione che forse un giorno potrebbe trasformarsi anche in professione.

E per ultimo, l’esempio della scuola Kalkeri in India, fondata nel 2002, che fornisce ospitalità, cure mediche ed istruzione gratuite. Un collegio in cui per 3 ore al giorno si pratica la musica cantando e suonando il sitar, l’armonio, la tabla e la tampura, tipici strumenti tradizionali indiani.

Un documentario assolutamente da non perdere per comprendere perchè la musica è importante nella crescita dell’essere umano e di come si riesca, attraverso l’apprendimento di uno strumento, a potenziare la fiducia in sè stessi, la pazienza e la costanza verso i propri obiettivi.

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Oggi vi lascio con la visione di un video presente su youtube e 9gag che trovo estremamente spassoso ma anche singolare per il finale a sorpresa.Se volete ulteriori informazioni sulla band andate a questo link dove troverete ulteriori video: http://www.cdzamusic.com/

Buona visione!

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Tra i miei film preferiti nella videoteca di famiglia, la sua colonna sonora si annovera tra le più intense oltre che premiate (come il film stesso, vince l’Oscar nel 1988) grazie alla creatività di Ryuichi Sakamoto unita a quella di  Cong Su e David Byrne:

Dopo aver visto il film, ho sentito immediatamente un gran desiderio di suonare questa colonna sonora che descrive con così tanta profondità la condizione di solitudine di Pu Yi nella città proibita quale ultimo imperatore della Cina.

Come sempre Sakamoto riesce a fondere con eleganza atmosfere orientali ed occidentali senza mai essere banale e facendoci rivivere la sceneggiatura come se fosse lui stesso Pu Yi.

La mia interpretazione è puramente personale e non ha nessuna pretesa virtuosistica ma ci tenevo a condividerla con voi in quanto musica descrittiva e fortemente emozionale.

Buon ascolto!

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Aleksandr Borodin ritratto da Repin

Sicuramente lo avrete già sentito nominare perchè nella storia della musica è inserito tra i grandi nomi della musica russa come facente parte del Gruppo dei Cinque (assieme a Balakirev, Cui, Musorgskij e Rimskij-Korsakov) che si occupò di elevare la musica russa al pari delle altre scuole musicali nazionali (tedesca, francesce e italiana). Aleksandr Borodin, nato a San Pietroburgo nel 1833 da una relazione tra il figlio del principe Luka Semenovic Gedianov e la sua amante ventiquattrenne Avdokija Konstantinovna Antonova, fu un personaggio alquanto particolare poichè oltre ad annoverarsi tra i musicisti, fu anche valente chimico e ricercatore scientifico. Considerava la musica, come lui stesso disse “un riposo dalle sue occupazioni più serie” e fu proprio per questo che non scrisse moltissime opere, ma tra queste, Il Principe Igor, divenne certamente la più celebre, a tal punto da entrare a far parte nel 1953 del musical Kismet a Broadway (noto è il tema di Stranger in Paradise che riprende proprio quello delle Danze Polovesiane):

Di Borodin si sanno molte cose e molti sono gli aneddoti che potete trovare sul web: spesso lo si ricorda come la classica figura dello scienziato sempre di corsa e sempre indaffarato, polistrumentista da bambino e “dilettante” da adulto tanto da proseguire la sua scrittura del Principe Igor per ben vent’anni senza mai riuscire a finirla (fu infatti completata postuma da Rimskij-Korsakov), socievole e di compagnia a tal punto da avere la casa sempre invasa da amici, studiosi e musicisti. Ma è innegabile, e le Danze Polovesiane lo testimoniano, che il suo stile musicale fosse così delicato, elegante, ricco di originali temi da rimanere nella testa di chiunque lo ascoltasse.

L’originalità dei temi, le delicate armonie e la ricercatezza modale caratterizzano altresì le sue composizioni più note: i due quartetti per archi, la seconda sinfonia, la Petite Suite per pianoforte e lo schizzo sinfonico ricco di elementi folklorici russi, Nelle steppe dell’Asia centrale (1880).

E vi lascio con una poesia di Charles Bukovski:

Vita di Borodin

la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale

riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda…

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Duo americano dello Utah, formato da Jon Schmidt al piano e Steven Sharp Nelson al violoncello, che sottolineo per l’intenzione di voler portare qualcosa di nuovo nel classico e qualcosa di classico nel nuovo, così come si legge sul loro canale youtube (numerose sono le loro citazioni classiche tra cui Mozart, Beethoven e Rachmaninoff, così come contemporanee tra i quali John Williams e Klaus Badelt, celebri compositori di colonne sonore cinematografiche).

su chi sono, ecco qui alcune info ed il sito ufficiale.

Curiosità: per i fan di Star Wars consiglio anche questo video-sorpresa!

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Ultimi video-saggi

Irene e Noemi Mazzucato:

Gemma e Francesca Furlan:

Gianluca Lumetti:

Marco Carraro e Gianluca Lumetti:

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Da oggi e nelle prossime settimane, posterò, per la gioia di allievi, genitori e amici i video del recital del 26 maggio di quest’anno.

a presto!

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Come ogni anno, sono sopravissuta al periodo più difficile, quello dei saggi! La mia stanchezza sommata a quella dei miei allievi a quella dei genitori e dei colleghi, mi hanno, nonostante tutto, permesso di superare con soddisfazione questo momento. Sapere come si organizza un saggio s’impara e l’esperienza degli anni passati è sicuramente servita.

Il recital di fine anno, superfluo a dirsi, è un’ occasione importante per me, per testare il lavoro svolto con ciascun allievo, ma lo è sorpattutto per gli allievi affinchè possano mettersi alla prova di fronte ad un pubblico. Un mio amico un giorno mi disse, saggiamente, che chi ha il talento  musicale non può tenerlo per sé ma ha la “missione” di condividerlo con gli altri. Niente di più vero e motivo principale per il quale si “deve” suonare in pubblico. E’ davvero questo lo spirito con il quale insegno ad affrontare il recital, non soltanto per sé stessi, per crescere, maturare e rinnovare la passione per la musica. Sbagliare qualche nota fa parte del gioco!

Mi piacerebbe nei prossimi lunedì farvi ascoltare alcune delle performance del recital. Iniziamo con la Jamaican Rumba del compositore australiano Arthur Benjamin.

Composta nel 1938, è parte di una suite orchestrale che si rifà ai ritmi caraibici delle Antille (anche se la rumba è una danza di origine africana), e brano che rese famoso Benjamin non solo in Jamaica (dove il governo lo ringraziò a suon di rum!) ma in tutto il mondo.

Quella che vedrete e sentirete qui è la versione a 4 mani, ma ve ne sono molte altre (a due pianoforti e per orchestra sono le più celebri) eseguita da me e dalla mia allieva Seiko Mazzucato a chiusura del recital conclusivo di quest’anno.

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Nella splendida cornice della chiesa medievale di San Francesco ad Este (PD) si tengono, come da tradizione da qualche anno ormai, gli incontri di musica da camera, che vedono come protagonista musicale il Quartetto Auryn ed altri musicisti, tra i quali Peter Orth, in una intensa settimana di concerti dal 2 al 9 giugno resi possibili grazie al Comune di Este e agli Amici della Musica di Padova.

Qui trovate il programma che spazierà da Brahms ad Haydn, Schubert e Debussy (nel 150° anniversario della sua nascita).

Per regalarvi un assaggio della maestria di questa interessante formazione ecco una delle loro esecuzioni tratta dal Quartetto per archi op. 18 n. 6 di Beethoven:

Evento al quale assolutamente non mancare!

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Piano City Milano, svoltasi tra venerdì 11 e domenica 13 maggio, è il nome di un evento certamente fuori dal comune in Italia nato da un’idea del pianista tedesco Andreas Kern, già svoltasi con gran successo a Berlino.

Una città, Milano, popolata da circa 200 concerti per pianoforte, per la maggior parte gratuiti, con repertorio d’ogni genere musicale (dalla classica alla jazz, dalla sperimentale alla minimalista e new age) e che ha visto, al tempo stesso, la partecipazione di artisti già noti al mondo pianistico (Capossela, Einaudi, Cacciapaglia) ed altrettanto validi pianisti amatoriali.

Ma certamente l’aspetto più interessante della kermesse è la possibilità di assistere ad un House Concert, com’è successo a me.

Sabato 12 si è tenuto a casa di Silvia Leggio, concertista e docente di pianoforte, il concerto di Gian Mario Soggiu e Dominique Piers Smith.

Due splendidi interpreti per un repertorio ricco e meraviglioso il cui programma di sala riporto qui sotto:

Come promesso ai miei due amici pianisti, ecco alcuni brevi estratti di due loro brani: il Mephisto-Waltz n.1 di Liszt eseguito da  Gian Mario e Los Requiebros tratto dalla Goyescas Suite di Granados suonato da Dominique (perdonate la qualità audio e video assolutamente amatoriale!):

Aspettando con trepidazione Piano City Milano 2013 e auspicandomi che ogni città abbia prima o poi il proprio Piano City, vi auguro buon ascolto!

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Sabato ho avuto l’immenso piacere di assistere ad uno degli House Concerts di Piano City Milano, splendida rassegna di musica pianistica con eventi sparsi un po’ in tutta la città meneghina (e peccato non averli potuti sentire tutti!).
Così, grazie all’invito di Gian Mario Soggiu, brillante pianista conosciuto grazie ad un mio articolo  riguardante l’interpretazione della Cathédrale Engloutie eseguita da Dominique Piers Smith,  suo amico e collega, ho potuto ascoltarli entrambi, con due programmi a dir poco stimolanti ed impegnativi.

Ringrazio ancora di cuore Gian Mario e Dominique che spero di rivedere presto!

Ma avrò modo di  raccontarvi di quest’avventura musicale nel prossimo articolo.

Oggi vorrei darvi invece modo di ascoltare un brano didattico apparentemente facile che ritengo tra i più raffinati. In questa serie di brani ne sarò io stessa esecutrice.

La Gymnopédie n. 1 di Erik Satie composta, come le altre due, nel 1888 è certamente un brano per i giovani allievi ma non certo da affrontarsi ai primissimi anni.

Il titolo Gymnopédie fa riferimento alle Gymnopaedia, ciclo di festività che si svolgeva ogni luglio a Sparta e che includeva  danze di guerra e di abilità in onore degli dei e degli eroi caduti in battaglia. Solitamente si accosta allo stile neogreco nelle arti figurative.

In questo brano non vi sono passaggi tecnici particolarmente difficili, scale, abbellimenti grandi aperture accordali, velocità etc… ma la sfida maggiore sta  nel tocco e quindi nel saper calibrare  l’accompagnamento della sinistra, che danza in 3/4 con appoggio del peso sul secondo tempo, con il tema alla destra che deve necessariamente risaltare sempre cristallino e leggero, per rendervi un’immagine, direi quasi come se questo canto si posasse sopra un cuscino di nuvole. La ciclicità e la ripetitività pervade il nostro orecchio dando una sensazione di completo abbandono, per poi ironicamente sorprenderci alla fine col cambiamento di accordi (dal maggiore della prima parte al minore nella seconda).

Credo che questa sorta di ironicità a fine brano rispecchi il carattere e l’atteggiamento che lo stesso Satie dimostrò in vita in varie occasioni (da leggere assolutamente “I quaderni di un mammifero”) pur se amante della semplicità e al contempo dolente della propria solitudine.

Consiglio fortemente di studiare questo brano per imparare l’indipendenza delle mani, il tocco, i colori e l’uso del pedale senza l’ansia di una velocità eccessiva ma soprattutto per imparare che nelle cose semplici talvolta c’è molto più da cogliere e percepire.

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Oggi finalmente posso farvi ascoltare due brani tra i più celebri di Johannes Brahms nel repertorio a 4 mani.

Sono stati eseguiti da me e da una mia allieva davvero brava e appassionata, Seiko Mazzucato, durante il recital 2011 dei miei allievi.

Si tratta del Walzer op. 39 n. 15 in la maggiore composto nel 1865 e della Danza Ungherese n. 5 in fa♯ minore del 1869.

Brahms, compositore amburghese della seconda metà dell’Ottocento si contrappone di solito a Wagner per il suo stile compositivo complesso ma, al tempo stesso, per una certa inclinazione al popolare ungherese e viennese che predilige, contrariamente al sinfonismo wagneriano, imperante in quello stesso periodo, un maggiore intimismo e dolcezza poetica (di cui il Walzer n.15 ne é un magnifico esempio). Al critico, didatta e fedele amico Eduard Hanslick si attribuisce solitamente la dedica dei 16 Walzer.

Mentre nella seconda parte del video potrete ascoltare La Danza Ungherese n.5, probabilmente la più celebre che, al pari delle altre 21 danze composte agli esordi della carriera di Brahms, si rifà a motivi popolari magiari (non gitani ma ungari!). Non vi era in Brahms  alcuna intenzione filologica, come faranno in seguito Dvořák e Kodály. Le due particolarità più evidenti sono l’alternanza di due temi di carattere opposto, di cui il primo ripetuto alla fine (schema ABA), ed una struttura ritmica molto marcata, come solitamente accade per tutti i brani di origine popolare.

Buon ascolto!

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Ecco il pensiero di Benjamin Zander, sapiente direttore d’orchestra, nel corso di una delle conferenze al Ted.

Un pensiero sicuramente semplice e ricco di spunti di riflessioni ma personalmente il concetto che mi è arrivato è che di sicuro la musica classica, se raccontata, se caricata delle nostre esperienze, ci coinvolge e ci fa entrare nella sua magia e, ultimo pensiero ma non meno importante, è che la musica classica sarà alla portata di tutti, al pari di altri generi di musica, solo se ognuno di noi cercherà di abbassare le difese e i pregiudizi nei suoi riguardi. “Open your mind!”

Eccovi la traduzione dell’intervento di Zender:

Probabilmente molti di voi conoscono la storia dei due uomini d’affari che andarono laggiù in Africa nel 1900. Erano stati mandati là per vedere se c’erano possibilità per il mercato delle scarpe. Entrambi mandarono dei telegrammi a Manchester. Uno di loro scrisse: “Situazione disperata. Stop. Nessuno ha le scarpe.” E l’altro: “Occasione unica. Nessuno ancora porta le scarpe!” (Risate)

C’è una situazione simile nel mondo della musica classica, perché alcune persone pensano che la musica classica stia morendo. E alcuni di noi che pensano che il meglio deve ancora venire. Piuttosto che mostrarvi statistiche e grafici e dirvi tutto sulle orchestre che si stanno sciogliendo, e sulle case discografiche che stanno chiudendo, ho pensato di fare un esperimento stasera — un esperimento. In verità, non è un vero esperimento perché io già conosco il risultato. (altro…)

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Una delle suite debussiane che mi lasciano un senso di meraviglia crescente ad ogni nuovo ascolto è senz’altro Estampes, composta nel 1903 e costituita da 3 gioielli musicali simili a delicate xilografie antiche: Pagodes, La soireé dans Grenade e Jardins sous la Pluie.

Il primo brano, Pagodes, s’spira al “gamelan(uno splendido esempio lo trovate qui), ensemble di strumenti percussivi in uso a Bali e Giava, presentato per la prima volta nel 1889 nel corso dell’Esposizione Universale di Parigi. L’eco di suggestioni esotiche pervade l’intero brano attraverso l’immancabile uso della scala pentatonica,  una timbrica brillante quasi metallica, ricorrenti ritmi percussivi e l’uso sostenuto del pedale tonale (usato in modo saggio e mai sovrabbondante, fedeli all’indicazione dello stesso Debussy “delicatamente e quasi senza sfumature” che per noi pianisti si dovrebbe tradurre in:”non esagerare con i rubati e non ridondare con l’espressività altrimenti si trasforma in un brano di stile romantico!”.

Pianista: Davide Cabassi

Il secondo brano, La soireé dans Grenade, è un’ “habanera”, danza spagnola simile al tango (vi basti pensare a quella celebre tratta dalla Carmen di Bizet o al tradizionale La Paloma, per averne un’idea). Dall’oriente ci spostiamo alla Spagna araba con chiare imitazioni chitarristiche, senza per questo attingere direttamente da motivi popolari precisi ma solo con l’intento di evocarne le atmosfere (così come disse lo stesso Manuel De Falla). Con spiccata capacità di Debussy di dipingere scene non è difficile immaginare un gruppo di danzatori che con le loro movenze disegnano immaginari arabeschi tra le strade di Granada.

Pianista: François-Joël Thiollier

Il terzo e ultimo brano, Jardins sous la Pluie, ci trasporta in Francia, e pur descrivendo un temporale autunnale (con tutto il suo corredo di scrosci, tuoni, vento ululante – i cromatismi – e quant’altro) include anche due melodie infantili popolari francesi che sembrano riportare la spensieratezza tipica di ogni fanciullo (la stessa tonalità da minore passa a maggiore).

Pianista: Jeremy Menuhin

La descrittività è il carattere di tutti e tre i movimenti come se Debussy si fosse reso conto che la musica ha un valore aggiunto quando esplora a fondo tutte le capacità coloristiche e timbriche oltre a quelle armoniche e formali. Ecco la semplicità della magia del caro Debussy!

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