Archive for the ‘Ascolti’ Category

Quest’anno mi sono ritrovata ad avere molti allievi adulti. La scelta di suonare uno strumento come il pianoforte non deve essere esclusiva per i bambini ma trovo che un approccio tardivo sia non solo utile ma anche il modo migliore di trascorrere il tempo in maniera creativa e utile per la mente.

Vorrei consigliare alcuni primi ascolti per avvicinarsi al mondo del pianoforte ed arricchire il proprio bagaglio:

Clementi, Sonatina op. 36 n. 1 eseguita da Costantino Mastroprimiano:

http://www.youtube.com/watch?v=y6h9uBSEK5g&feature=fvst

Mozart, Sonata k 331, eseguita da Ivo Pogorelich:

http://www.youtube.com/watch?v=GNDz3_7LS_w

Beethoven, Bagatella op. 119/11, eseguita da Yukio Yokoyama

http://www.youtube.com/watch?v=egISXUrS5NQ

Scarlatti, Sonata k 141, eseguita da Martha Argerich

http://www.youtube.com/watch?v=PcsRl_LIJHA

Schumann, Mignon da “Album per la gioventù” op. 68. eseguita da Jörg Demus:

http://www.youtube.com/watch?v=pDJHbyEdJbI&feature=related

Chopin, Valzer in la minore op. 19, eseguito da

http://www.youtube.com/watch?v=C7E_s85aqR8

Satie, Je te veux, eseguito da Jean-Yves Thibaudet

http://www.youtube.com/watch?v=FM9GgEsa8k4

Debussy, Nocturne, eseguito da Francois-Joël Thiollier

http://www.youtube.com/watch?v=uyZJ3rNb4xM&feature=related

Bartok, Rumanian Folk Dances, eseguite da Béla Bartók

Listz, Tarantella, eseguita da Boris Berezovsky

http://www.youtube.com/watch?v=YamHNXapfpU

Ravel, Sonatina, eseguita da David Fung

http://www.youtube.com/watch?v=L302PJFsQ-g

Brahms, Intermezzo op. 117 n. 2, esguito da Grigory Sokolov

http://www.youtube.com/watch?v=IkLOEDAS9HM

Gershwin, Tre preludi, eseguiti da Bruno Canino

http://www.youtube.com/watch?v=_SqMIJ_deAE

De Falla, Danza rituale del fuoco, eseguita da Aldo Ciccolini

http://www.youtube.com/watch?v=13CmP2tGr_g

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Tra i miei film preferiti nella videoteca di famiglia, la sua colonna sonora si annovera tra le più intense oltre che premiate (come il film stesso, vince l’Oscar nel 1988) grazie alla creatività di Ryuichi Sakamoto unita a quella di  Cong Su e David Byrne:

Dopo aver visto il film, ho sentito immediatamente un gran desiderio di suonare questa colonna sonora che descrive con così tanta profondità la condizione di solitudine di Pu Yi nella città proibita quale ultimo imperatore della Cina.

Come sempre Sakamoto riesce a fondere con eleganza atmosfere orientali ed occidentali senza mai essere banale e facendoci rivivere la sceneggiatura come se fosse lui stesso Pu Yi.

La mia interpretazione è puramente personale e non ha nessuna pretesa virtuosistica ma ci tenevo a condividerla con voi in quanto musica descrittiva e fortemente emozionale.

Buon ascolto!

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E’ una delle opere  più ricche di colore e contrasti, viaggio e diario delle impressioni di un visitatore che passeggia tra i quadri di una mostra, scaturita dall’immaginazione di Modest Musorgskij (uno dei compositori del gruppo dei Cinque per il quale l’arte era legata al folclore e alla tradizione popolare russa) dopo essere rimasto magicamente affascinato dai quadri dell’amico Viktor Alexandrovic Hartmann, morto l’anno precedente e per il quale fu organizzata una mostra a San Pietroburgo nel 1974. La versione originale dei Quadri di un’esposizione, scritta nel 1873, è pianistica ed è forse la meno conosciuta, poichè a renderla popolare fu la trascrizione per orchestra di Nikolaj Rimskij-Korsakov (e l’esecuzione di Maurice Ravel nel 1929). Al seguente link potrete ascoltare l’interpretazione pianistica di Alice Sara Ott giovane e talentuosa artista:

http://www.medici.tv/#!/alice-sara-ott-schubert-mussorgsky-verbier-festival-2012

L’ascolto della versione orchestrale lo trovate qui sotto, con tanto di titolo e di scansione temporale per ogni singolo brano:


0:00 I. Promenade
1:41 II. Gnomus
4:15 III. Promenade
5:14 IV. Il vecchio castello
9:37 V. Promenade
10:11 VI. Tuileries
11:14 VII. Bydło
14:13 VIII. Promenade
14:57 IX. Ballet of the Unhatched Chicks
16:16 X. “Samuel” Goldenberg und “Schmuÿle”
18:17 XI. Limoges, le marché
19:46 XII. Catacombæ (Sepulcrum romanum) and “Cum mortuis in lingua mortua”
23:29 XIII. The Hut on Fowl’s Legs (Baba-Yagá)
27:06 XIV. The Great Gate of Kiev

Per i più curiosi: una versione rock progressive fu realizzata dal gruppo Emerson, Lake & Palmer per il loro album omonimo nel 1971.

E per concludere, l’autografo del compositore Modest Musorgskij così recita in fondo all’opera: “Lo spirito creatore del defunto Hartmann mi conduce verso i teschi e li invoca; questi si illuminano dolcemente all’interno” e così noi ancora oggi, viaggiatori musicali, ci lasciamo lentamente condurre dalla sua musica…

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Aleksandr Borodin ritratto da Repin

Sicuramente lo avrete già sentito nominare perchè nella storia della musica è inserito tra i grandi nomi della musica russa come facente parte del Gruppo dei Cinque (assieme a Balakirev, Cui, Musorgskij e Rimskij-Korsakov) che si occupò di elevare la musica russa al pari delle altre scuole musicali nazionali (tedesca, francesce e italiana). Aleksandr Borodin, nato a San Pietroburgo nel 1833 da una relazione tra il figlio del principe Luka Semenovic Gedianov e la sua amante ventiquattrenne Avdokija Konstantinovna Antonova, fu un personaggio alquanto particolare poichè oltre ad annoverarsi tra i musicisti, fu anche valente chimico e ricercatore scientifico. Considerava la musica, come lui stesso disse “un riposo dalle sue occupazioni più serie” e fu proprio per questo che non scrisse moltissime opere, ma tra queste, Il Principe Igor, divenne certamente la più celebre, a tal punto da entrare a far parte nel 1953 del musical Kismet a Broadway (noto è il tema di Stranger in Paradise che riprende proprio quello delle Danze Polovesiane):

Di Borodin si sanno molte cose e molti sono gli aneddoti che potete trovare sul web: spesso lo si ricorda come la classica figura dello scienziato sempre di corsa e sempre indaffarato, polistrumentista da bambino e “dilettante” da adulto tanto da proseguire la sua scrittura del Principe Igor per ben vent’anni senza mai riuscire a finirla (fu infatti completata postuma da Rimskij-Korsakov), socievole e di compagnia a tal punto da avere la casa sempre invasa da amici, studiosi e musicisti. Ma è innegabile, e le Danze Polovesiane lo testimoniano, che il suo stile musicale fosse così delicato, elegante, ricco di originali temi da rimanere nella testa di chiunque lo ascoltasse.

L’originalità dei temi, le delicate armonie e la ricercatezza modale caratterizzano altresì le sue composizioni più note: i due quartetti per archi, la seconda sinfonia, la Petite Suite per pianoforte e lo schizzo sinfonico ricco di elementi folklorici russi, Nelle steppe dell’Asia centrale (1880).

E vi lascio con una poesia di Charles Bukovski:

Vita di Borodin

la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che era solo un farmacista
che scriveva musica per distrarsi;
la sua casa era piena di gente:
studenti, artisti, barboni, ubriaconi,
e lui non sapeva mai dire di no.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda che sua moglie usava le sue composizioni
per foderare la cuccia del gatto
o coprire vasi di latte acido;
aveva l’asma e l’insonnia
e gli dava da mangiare uova à la coque
e quando lui voleva coprirsi la testa
per non sentire i rumori della casa
gli lasciava usare soltanto il lenzuolo;
per giunta c’era sempre qualcuno
nel suo letto
(dormivano separati quando proprio
dormivano)
e siccome tutte le sedie
erano sempre occupate
spesso lui dormiva sulle scale
avvolto in un vecchio scialle;
era lei a dirgli di tagliarsi le unghie,
di non cantare o fischiare
di non mettere troppo limone nel tè
di non schiacciarlo col cucchiaino;
Sinfonia n.2 in si minore
Il principe Igor
Nelle steppe dell’Asia centrale

riusciva a dormire solo mettendosi
un pezzo di stoffa scura sopra gli occhi;
nel 1887 partecipò a un ballo
all’Accademia di medicina
indossando un allegro costume nazionale;
sembrava finalmente di un’insolita gaiezza
e quando cadde sul pavimento,
pensarono che volesse fare il pagliaccio.
la prossima volta che ascolti Borodin
ricorda…

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Duo americano dello Utah, formato da Jon Schmidt al piano e Steven Sharp Nelson al violoncello, che sottolineo per l’intenzione di voler portare qualcosa di nuovo nel classico e qualcosa di classico nel nuovo, così come si legge sul loro canale youtube (numerose sono le loro citazioni classiche tra cui Mozart, Beethoven e Rachmaninoff, così come contemporanee tra i quali John Williams e Klaus Badelt, celebri compositori di colonne sonore cinematografiche).

su chi sono, ecco qui alcune info ed il sito ufficiale.

Curiosità: per i fan di Star Wars consiglio anche questo video-sorpresa!

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Come ogni anno, sono sopravissuta al periodo più difficile, quello dei saggi! La mia stanchezza sommata a quella dei miei allievi a quella dei genitori e dei colleghi, mi hanno, nonostante tutto, permesso di superare con soddisfazione questo momento. Sapere come si organizza un saggio s’impara e l’esperienza degli anni passati è sicuramente servita.

Il recital di fine anno, superfluo a dirsi, è un’ occasione importante per me, per testare il lavoro svolto con ciascun allievo, ma lo è sorpattutto per gli allievi affinchè possano mettersi alla prova di fronte ad un pubblico. Un mio amico un giorno mi disse, saggiamente, che chi ha il talento  musicale non può tenerlo per sé ma ha la “missione” di condividerlo con gli altri. Niente di più vero e motivo principale per il quale si “deve” suonare in pubblico. E’ davvero questo lo spirito con il quale insegno ad affrontare il recital, non soltanto per sé stessi, per crescere, maturare e rinnovare la passione per la musica. Sbagliare qualche nota fa parte del gioco!

Mi piacerebbe nei prossimi lunedì farvi ascoltare alcune delle performance del recital. Iniziamo con la Jamaican Rumba del compositore australiano Arthur Benjamin.

Composta nel 1938, è parte di una suite orchestrale che si rifà ai ritmi caraibici delle Antille (anche se la rumba è una danza di origine africana), e brano che rese famoso Benjamin non solo in Jamaica (dove il governo lo ringraziò a suon di rum!) ma in tutto il mondo.

Quella che vedrete e sentirete qui è la versione a 4 mani, ma ve ne sono molte altre (a due pianoforti e per orchestra sono le più celebri) eseguita da me e dalla mia allieva Seiko Mazzucato a chiusura del recital conclusivo di quest’anno.

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Piano City Milano, svoltasi tra venerdì 11 e domenica 13 maggio, è il nome di un evento certamente fuori dal comune in Italia nato da un’idea del pianista tedesco Andreas Kern, già svoltasi con gran successo a Berlino.

Una città, Milano, popolata da circa 200 concerti per pianoforte, per la maggior parte gratuiti, con repertorio d’ogni genere musicale (dalla classica alla jazz, dalla sperimentale alla minimalista e new age) e che ha visto, al tempo stesso, la partecipazione di artisti già noti al mondo pianistico (Capossela, Einaudi, Cacciapaglia) ed altrettanto validi pianisti amatoriali.

Ma certamente l’aspetto più interessante della kermesse è la possibilità di assistere ad un House Concert, com’è successo a me.

Sabato 12 si è tenuto a casa di Silvia Leggio, concertista e docente di pianoforte, il concerto di Gian Mario Soggiu e Dominique Piers Smith.

Due splendidi interpreti per un repertorio ricco e meraviglioso il cui programma di sala riporto qui sotto:

Come promesso ai miei due amici pianisti, ecco alcuni brevi estratti di due loro brani: il Mephisto-Waltz n.1 di Liszt eseguito da  Gian Mario e Los Requiebros tratto dalla Goyescas Suite di Granados suonato da Dominique (perdonate la qualità audio e video assolutamente amatoriale!):

Aspettando con trepidazione Piano City Milano 2013 e auspicandomi che ogni città abbia prima o poi il proprio Piano City, vi auguro buon ascolto!

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Sabato ho avuto l’immenso piacere di assistere ad uno degli House Concerts di Piano City Milano, splendida rassegna di musica pianistica con eventi sparsi un po’ in tutta la città meneghina (e peccato non averli potuti sentire tutti!).
Così, grazie all’invito di Gian Mario Soggiu, brillante pianista conosciuto grazie ad un mio articolo  riguardante l’interpretazione della Cathédrale Engloutie eseguita da Dominique Piers Smith,  suo amico e collega, ho potuto ascoltarli entrambi, con due programmi a dir poco stimolanti ed impegnativi.

Ringrazio ancora di cuore Gian Mario e Dominique che spero di rivedere presto!

Ma avrò modo di  raccontarvi di quest’avventura musicale nel prossimo articolo.

Oggi vorrei darvi invece modo di ascoltare un brano didattico apparentemente facile che ritengo tra i più raffinati. In questa serie di brani ne sarò io stessa esecutrice.

La Gymnopédie n. 1 di Erik Satie composta, come le altre due, nel 1888 è certamente un brano per i giovani allievi ma non certo da affrontarsi ai primissimi anni.

Il titolo Gymnopédie fa riferimento alle Gymnopaedia, ciclo di festività che si svolgeva ogni luglio a Sparta e che includeva  danze di guerra e di abilità in onore degli dei e degli eroi caduti in battaglia. Solitamente si accosta allo stile neogreco nelle arti figurative.

In questo brano non vi sono passaggi tecnici particolarmente difficili, scale, abbellimenti grandi aperture accordali, velocità etc… ma la sfida maggiore sta  nel tocco e quindi nel saper calibrare  l’accompagnamento della sinistra, che danza in 3/4 con appoggio del peso sul secondo tempo, con il tema alla destra che deve necessariamente risaltare sempre cristallino e leggero, per rendervi un’immagine, direi quasi come se questo canto si posasse sopra un cuscino di nuvole. La ciclicità e la ripetitività pervade il nostro orecchio dando una sensazione di completo abbandono, per poi ironicamente sorprenderci alla fine col cambiamento di accordi (dal maggiore della prima parte al minore nella seconda).

Credo che questa sorta di ironicità a fine brano rispecchi il carattere e l’atteggiamento che lo stesso Satie dimostrò in vita in varie occasioni (da leggere assolutamente “I quaderni di un mammifero”) pur se amante della semplicità e al contempo dolente della propria solitudine.

Consiglio fortemente di studiare questo brano per imparare l’indipendenza delle mani, il tocco, i colori e l’uso del pedale senza l’ansia di una velocità eccessiva ma soprattutto per imparare che nelle cose semplici talvolta c’è molto più da cogliere e percepire.

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Oggi finalmente posso farvi ascoltare due brani tra i più celebri di Johannes Brahms nel repertorio a 4 mani.

Sono stati eseguiti da me e da una mia allieva davvero brava e appassionata, Seiko Mazzucato, durante il recital 2011 dei miei allievi.

Si tratta del Walzer op. 39 n. 15 in la maggiore composto nel 1865 e della Danza Ungherese n. 5 in fa♯ minore del 1869.

Brahms, compositore amburghese della seconda metà dell’Ottocento si contrappone di solito a Wagner per il suo stile compositivo complesso ma, al tempo stesso, per una certa inclinazione al popolare ungherese e viennese che predilige, contrariamente al sinfonismo wagneriano, imperante in quello stesso periodo, un maggiore intimismo e dolcezza poetica (di cui il Walzer n.15 ne é un magnifico esempio). Al critico, didatta e fedele amico Eduard Hanslick si attribuisce solitamente la dedica dei 16 Walzer.

Mentre nella seconda parte del video potrete ascoltare La Danza Ungherese n.5, probabilmente la più celebre che, al pari delle altre 21 danze composte agli esordi della carriera di Brahms, si rifà a motivi popolari magiari (non gitani ma ungari!). Non vi era in Brahms  alcuna intenzione filologica, come faranno in seguito Dvořák e Kodály. Le due particolarità più evidenti sono l’alternanza di due temi di carattere opposto, di cui il primo ripetuto alla fine (schema ABA), ed una struttura ritmica molto marcata, come solitamente accade per tutti i brani di origine popolare.

Buon ascolto!

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Ecco il pensiero di Benjamin Zander, sapiente direttore d’orchestra, nel corso di una delle conferenze al Ted.

Un pensiero sicuramente semplice e ricco di spunti di riflessioni ma personalmente il concetto che mi è arrivato è che di sicuro la musica classica, se raccontata, se caricata delle nostre esperienze, ci coinvolge e ci fa entrare nella sua magia e, ultimo pensiero ma non meno importante, è che la musica classica sarà alla portata di tutti, al pari di altri generi di musica, solo se ognuno di noi cercherà di abbassare le difese e i pregiudizi nei suoi riguardi. “Open your mind!”

Eccovi la traduzione dell’intervento di Zender:

Probabilmente molti di voi conoscono la storia dei due uomini d’affari che andarono laggiù in Africa nel 1900. Erano stati mandati là per vedere se c’erano possibilità per il mercato delle scarpe. Entrambi mandarono dei telegrammi a Manchester. Uno di loro scrisse: “Situazione disperata. Stop. Nessuno ha le scarpe.” E l’altro: “Occasione unica. Nessuno ancora porta le scarpe!” (Risate)

C’è una situazione simile nel mondo della musica classica, perché alcune persone pensano che la musica classica stia morendo. E alcuni di noi che pensano che il meglio deve ancora venire. Piuttosto che mostrarvi statistiche e grafici e dirvi tutto sulle orchestre che si stanno sciogliendo, e sulle case discografiche che stanno chiudendo, ho pensato di fare un esperimento stasera — un esperimento. In verità, non è un vero esperimento perché io già conosco il risultato. (altro…)

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Oggi vi offro un ascolto inusuale nel panorama della musica pianistica d’insieme e ringrazio enormemente il prof. Vincenzo Soravia per aver allargato in passato i miei orizzonti musicali con così tanta profondità ed eleganza.

Darius Milhaud è un compositore meno conosciuto ai più ma noto ai pianisti come facente parte del Gruppo dei Sei assieme a Poulenc, Honegger, Tailleferre, Auric e Durey.

Il gruppo richiama nel nome il sovietico  Gruppo dei Cinque ma nasce a Parigi intorno alle figure ispiratrici di Jean Cocteau, letterato, regista e scenografo dal carattere vulcanico e a quella di Erik Satie, musicista tra i più rivoluzionari degli anni ’20. Tale Neoclassicismo che i Sei apprendono dallo stesso Satie nacque come reazione all’espressionismo con rinnovate caratteristiche di semplicità e purezza come massima espressione dell’oggettività.

Milhaud (1892-1974) fu alquanto prolifico (più di 500 sono i titoli delle sue opere!) e la sua musica risente moltissimo dell’influsso sudamericano in quanto fu chiamato dallo scrittore Paul Claudel come segretario dell’ ambasciatore in Brasile per ben 2 anni.

Il brano del video è Brasileira, terzo brano di Scaramouche (1937) suite per due pianoforti eseguita magistralmente da Martha Argerich e Nelson Freire.

Godetevi il ritmo di samba!

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Oggi v’invito all’ascolto di un brano che amo particolarmente: La cathédrale engloutie, 10° brano del I libro di due raccolte di preludi, composti da Claude Debussy tra il 1909 ed il 1913, con implicita dedica ai preludi di Chopin che a sua volta si rifacevano ai preludi del Clavicembalo Ben Temperato di Bach.

Inutile dire che ancora una volta Debussy e l’elemento acqua si ritrovano ad essere fortemente connessi, come in molte delle sue meravigliose composizioni (Ondine, La mer, Le jet d’eau dai Cinque poemi di Baudelaire, Pagodes e Jardin sous la pluie da Estampes, Reflects dans l’eau da Images, En bateau dalla Petite Suite per pf. a 4 mani, Pur remercier la pluie au matin dai Sei Epigraphes antiques sempre per pf. a 4 mani, Pelléas et Mélisande e molti altri ancora…).

Si aggiunge poi la magia di una leggenda che sta dietro a questo brano, quella della mitica città celtica di Ys che la storia narra essere riemersa dall’oceano per l’ultima volta prima del suo definitivo oblio eterno.

Il pianista di questo video è Dominic Piers Smith, giovane ed emergente pianista (nonché ingegnere aerospaziale!) che ci grazia di una splendida interpretazione alquanto profonda, delicata e lunare.

Ma successivo a questo video troverete una versione elettronica del brano, che sicuramente pochi hanno riconosciuto nel corso della pellicola, versione che fu utilizzata nel film Fuga da New York di John Carpenter, il quale ne fu non solo regista ma anche compositore delle colonna sonora, come per molti dei suoi film.

Buon ascolto!

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Vi segnalo oggi un film su Beethoven e la sua musica  scritto e diretto dallo scrittore Alessandro Baricco, qui una recensione ed eccone nel video qui sotto un’ assaggio:

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I Rachel’s sono un trio da camera statunitense, esteso talvolta ad un numero maggiore di componenti, capaci di fondere musica classica e influenze post-rock ed elettroniche senza mai banalizzarne l’interpretazione. Il connubio tra letteratura, arte e danza, come nel caso dell’album “Music for Egon Schiele” (1995) ne fa sicuramente un fenomeno singolare dove le atmosfere sonore, arricchite da richiami minimalisti alla Michael Nyman, risultano intimiste, romantiche e, a tratti, gotiche.

Qui il loro sito ufficiale.

Per saperne di più ecco una recensione di Ondarock. Ma sicuramente gli ascolti vi potranno rendere meglio l’idea di quest’ affascinante musica:

e qui un live.

Certamente questa musica evocativa è di grande ispirazione a progetti video, teatrali e cinematografici didattici, un altro creativo esempio qui

e una splendida reinterpretazione di “water from the same source”

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Ryuichi Sakamoto, musicista giapponese straordinario al pianoforte e noto compositore di colonne sonore quali L’ultimo imperatore,  il Té nel deserto e Furyo, ha collaborato con artisti di fama internazionale quali David Sylvian, Caetano Veloso e Iggy Pop.

A cavallo tra musica contemporanea d’ Occidente e musica tradizionale del Sol Levante, oggi dedico a voi l’ascolto di un brano reso celebre anche dall’interpretazione canora di David Sylvian (reintitolato per l’occasione Forbidden Colors) che qui propongo accanto alla versione strumentale live di Sakamoto in trio.

Successivo allo scioglimento della Yellow Magic Orchestra, formazione ideata dallo stesso compositore sotto l’influenza dei Kraftwerk e direttamente dal film “Merry Christmas Mr. Lawrence” del 1983 (interpretato dallo stesso Sakamoto al fianco di un alquanto giovane David Bowie), ecco a voi l’omonimo brano:

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